II CDM E LA SUA APPLICABILITÀ IN BRASILE – PROTOCOLLO DI KYOTO E DIRETTIVA EUROPEA*

Publicado em: 16-agosto-2010

Giuliano Deboni

Avvocato in Brasile, specializzazione in Gestione Ambientale (PUCRS – Brasile)

Master in Diritto Ambientale (Università degli Studi di Milano)

Introduzione. 1. Quadro Normativo sul Cambiamento Climatico; 1.1. Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico; 1.2. Protocollo di Kyoto e meccanismi attuativi; 1.3. Direttiva Europea di Attuazione e recente proposta modificativa. 2. Il Meccanismo di Sviluppo Pulito (clean development mechanism); 2.1. Il meccanismo: genesi propositiva e obiettivi; 2.2. Le modalità di progetti di CDM; 2.3. L’assorbimento delle emissioni di GHG: LULUCF; 2.4. I crediti di emissione prodotti , il Consiglio Esecutivo ed i requisiti dei progetti; 2.5. Aspetti positivi e negativi. 3 Caso Specifico: il CDM ed il brasile; 3.1. Il recepimento del Protocollo di Kyoto nell’ordinamento interno e la procedura di regolamentazione del CDM in Brasile; 3.2. Il potenziale di implementazione dei progetti CDM e gli investimenti previsti; 3.3. L’efficienza di assorbimento di CO2; 3.4. Alcuni progetti CDM di rilievo. Considerazioni finali.

INTRODUZIONE

Le aggressioni al Pianeta da parte dell’uomo risalgono all’origine della sua esistenza ed è difficile immaginarsi un’attività umana dalla quale non risulti alcuna forma di danneggiamento nei confronti dell’ambiente. L’irrazionale gestione e l’abusivo utilizzo delle risorse naturali, molto più accentuato dall’inizio del secolo XIX in poi con la Rivoluzione Industriale, hanno allontanato progressivamente l’uomo dalla natura.

Questa visione polarizzata e negativa che distanzia sempre più uomo e natura ha cominciato a cambiare, anche se molto lentamente. Infatti, con la Conferenza di Stoccolma del 1972 è iniziata a maturare l’idea di sviluppo sostenibile, al fine di rendere compatibile l’inevitabile e necessario sviluppo economico e sociale con l’urgente necessità di preservare il Pianeta per il mantenimento delle specie viventi sulla Terra. Questa Conferenza rappresenta una presa di coscienza nel senso che ci deve essere un’integrazione tra uomo e ambiente.

Tra i rilevanti problemi ambientali, i cambiamenti climatici originati dall’inquinamento atmosferico, per la destabilizzazione che causano, occupano il primo posto e ciò trova conferma nell’enorme quantità di articoli sulla materia comparsi sui quotidiani europei, e non solo, negli ultimi anni. Da soli detti cambiamenti sono sufficienti a far scomparire le specie viventi più svariate e resistenti. Proprio per questo motivo la comunità internazionale, soprattutto tramite le Nazioni Unite, si sta impegnando per cambiare velocemente ed efficacemente questo drammatico quadro.

Il presente studio non ha l’ambizione di esaurire il dibattuto problema dei cambiamenti climatici e le misure di contenimento degli stessi, in quanto argomento troppo ampio, complesso e spesso contraddittorio. Piuttosto, l’intento di questo scritto vuole essere di carattere conoscitivo e informativo, in quanto in Italia si legge poco o niente sull’ottica dei paesi poveri o in via di sviluppo, ovvero i destinatari del meccanismo di sviluppo pulito (clean development mechanism), previsto dal Protocollo di Kyoto e dalla recente proposta di direttiva europea modificativa di quella già esistente in materia (del 13 ottobre 2003) e che mira – conformemente a quanto si vedrà nel prosieguo – a diminuire il costo globale delle riduzioni delle emissione in atmosfera dei gas, responsabili del fenomeno chiamato effetto serra e allo stesso tempo, ad appoggiare le iniziative che promuovano lo sviluppo sostenibile anche in questi paesi, dove sussistono difficoltà economiche e sociali particolarmente accentuate.

Lo studio è diviso in tre capitoli. Il primo di questi fornisce una visione panoramica sia della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (UNFCCC), che del Protocollo di Kyoto, e quindi la sua fase attuale e i suoi meccanismi attuativi. Infine, si farà allusione anche agli sviluppi sul tema in ambito comunitario, poiché l’Unione Europea si è impegnata a rispettare gli obiettivi previsti da Kyoto, anche se il Protocollo non è ancora entrato in vigore, dipendendo ciò dall’adesione della Russia.

Nella seconda parte, ci si sofferma sull’analisi del meccanismo di sviluppo pulito, che rappresenta la potenziale forma di riunione degli interessi e delle necessità dei paesi industrializzati e di quelli non industrializzati. Si analizzano quindi gli obiettivi del meccanismo, le modalità dei progetti , i loro requisiti ed i crediti di emissione prodotti; infine anche qualche valutazione su alcuni aspetti positivi e negativi.

Nel terzo ed ultimo capitolo si studia il meccanismo dal punto di vista di un paese in via di sviluppo e nel caso specifico è stato scelto il Brasile, che senza ombra di dubbio è uno dei principali destinatari di tali progetti, non solo per il suo potenziale, ma anche per essere in questo momento il più preparato a recepirli dal punto di vista normativo. Il capitolo inizia con lo studio della procedura di regolamentazione del meccanismo in Brasile e il suo potenziale per l’implementazione dei progetti, e si conclude con un riassunto dei principali progetti del CDM già in fase attuativa o in fase di valutazione nel paese, ed alcune informazioni che li riguardano; ciò rappresenta non solo l’effettiva concretizzazione della UNFCCC e del Protocollo di Kyoto, ma anche la speranza di raggiungimento degli obiettivi di stabilizzazione delle emissioni atmosferiche senza che lo sviluppo subisca un rallentamento.

1. QUADRO NORMATIVO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI

1.1. Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico

Con base nel primo rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), nel 19901, l’Assemblea delle Nazioni Unite ha avviato formalmente (risoluzione n. 45/212) i lavori per predisporre una convenzione programmatica sul cambiamento climatico. Il testo finale è stato sottoposto alla firma degli Stati alla Conferenza di Rio (Conferenze delle Nazione Unite su Ambiente e Sviluppo – giugno 1992) ed è entrato in vigore nel marzo 1994. Finora 188 paesi hanno ratificato la cosiddetta Convenzione Quadro delle Nazione Unite sul Cambiamento Climatico (United Nations Framework Convention on Climate ChangeUNFCCC), che rappresenta quindi il trattato ambientale con il maggior numero di ratifiche. L’obiettivo principale della UNFCCC è stabilizzare la concentrazione dei gas serra (GHG) nell’atmosfera ad un livello tale da non interferire pericolosamente sul sistema climatico.

La convenzione stabilisce come principio la necessità dei paesi di condividere l’onere nella lotta contro i cambiamenti climatici, ma lo accerta in forma differenziata: è il cosiddetto Principio della responsabilità comune ma differenziata, poiché tutti i paesi con le loro emissioni producono effetti globali e non locali, ma di grado diverso, in proporzione al loro livello di industrializzazione. Importante indicare che i paesi industrializzati, che ospitano all’incirca il 20% della popolazione mondiale, sono responsabili per il 60% delle emissioni annuali di anidride carbonica. Ecco perché la convenzione ha coinvolto gli Stati contraenti in forma diversa.

Nell’allegato II (annex II Parties) sono inseriti 24 paesi industrializzati, tutti membri dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), che si sono obbligati a concedere benefici finanziari e tecnologici ai paesi meno sviluppati. Nell’allegato I (annex I Parties) sono inseriti tutti gli Stati (attualmente 41) che hanno accettato di controllare le loro emissioni dei gas responsabili dell’effetto serra, comprendendo anche gli Stati dell’allegato II e i cosiddetti EIT (Stati con economie in transizione), questi ultimi costituiti dai paesi dell’Est Europeo. L’altro gruppo, in cui sono inseriti tutti gli altri paesi non inclusi nell’allegato I, è denominato non allegato I (non-annex I) e rappresenta i paesi poveri e quelli in via di sviluppo (cosiddetti PVS).

A tutte le Parti contraenti sono assegnati diritti e obblighi, alcuni già articolati e altri da definirsi, ma sempre nel rispetto del Principio della responsabilità comune ma differenziata. Gli Stati inseriti nell’allegato I avrebbero dovuto riportarsi nel 2000 al livello di emissione del 1990, obiettivo che oggi nessuno ha raggiunto; anzi, le emissioni sono aumentate. Agli stati EIT è stata concessa la possibilità di adeguare gli obblighi con flessibilità ed agli Stati dell’allegato II, l’obbligo principale di assistenza finanziaria e tecnica ai paesi in via di sviluppo (art. 4, comma 3). Da un’altra parte, gli Stati non allegato I, non sono tenuti a predisporre gli inventari delle emissioni di GHG però devono elaborare un rapporto periodico.

L’organo supremo della Convenzione è la COP (Conferenza delle Parti), che si riunisce annualmente per verificare le condizioni di attuazione della FCCC e adottare le decisioni necessarie a promuovere l’effettiva implementazione della Convenzione. Finora ci sono state nove riunioni e l’ultima si è svolta a Milano, nel dicembre del 2003.

1.2. Protocollo di Kyoto e meccanismi attuativi

Durante la COP3, in Giappone, nel dicembre 1997, gli Stati partecipanti alla Convenzione Quadro, hanno firmato il Protocollo di Kyoto, proposta concreta dell’inizio del processo di stabilizzazione delle emissioni dei GHG non controllate dal Protocollo di Montreal2.

Il Protocollo stabilisce degli obiettivi giuridicamente vincolanti, secondo i quali le nazioni industrializzate (incluse nell’allegato I) dovranno ridurre le proprie emissioni combinate dei sei gas serra (previste dall’allegato A del Protocollo) del 5,2%, riportandosi ai livelli del 1990 (individuata come data di riferimento). Questa percentuale rappresenta la media di riduzione; però, in virtù della responsabilità comune ma differenziata degli Stati, essi hanno percentuali diverse da raggiungere (conformemente all’allegato B del protocollo). L’Unione Europea, per esempio, ha accettato una diminuzione pari all’8%, differenziando gli obiettivi tra i paesi che la compongono. Il Giappone dovrà diminuire del 6% e gli Stati Uniti del 7%. La Federazione Russa e la Nuova Zelanda dovranno stabilizzare le emissioni ai livelli del 1990, mentre alla Norvegia, all’Australia e all’Islanda è stato consentito di aumentare le proprie emissioni.

Per entrare in vigore, il Protocollo deve essere ratificato da 55 Stati (Parti) della Convenzione3, fra i quali dovranno essere compresi i paesi industrializzati che totalizzino almeno il 55% delle emissioni di CO2 dell’anno 19904. Finora, 122 paesi (32 allegato I e 90 non allegato I) hanno ratificato il protocollo; tuttavia, essi rappresentano soltanto il 44,2% delle emissioni di GHG5. Gli Stati Uniti hanno già da molto tempo dichiarato di non avere nessuna intenzione di firmare il Protocollo e di affrontare i costi politici ed economici necessari alle riduzioni di emissioni di GHG. Infatti, si sono ritirati dal Protocollo il 28 marzo 2001 (tramite annuncio ufficiale della EPA – Environmental Protection Agency). Ancora si aspetta la ratifica russa – responsabile all’epoca per il 17,4% delle emissioni – sufficiente per far entrare in vigore il Protocollo. Nella COP9 del 2003 si sperava nella sua ratifica, ma i negoziati non sono avanzati.

Gli impegni vincolanti sulle emissioni inquinanti si applicano esclusivamente alle nazioni industrializzate, rimandando al futuro la possibilità di stabilire dei vincoli per i paesi in via di sviluppo (Stati non allegato I e che attualmente sono 145). Ciò significa che essi possono incrementare l’uso dei combustibili fossili, senza limiti. Secondo alcuni, questa mancanza di obbligazioni è criticabili dal punto di vista economico ed ambientale. Da una parte, porrebbe le industrie dei paesi industrializzati in una posizione di svantaggio competitivo e, da un’altra, danneggerebbe l’efficacia del Protocollo. “Alcuni PVS – specificamente Cina, India e Brasile – potranno raggiungere e superare alla fine del primo periodo di impegno (nel 2012) molti paesi industrializzati nella quantità di emissioni, se manterranno l’attuale ritmo di sviluppo economico e conseguentemente l’incremento delle emissioni di GHG. Non solo: l’insieme PVS dovrebbe raggiungere in assenza di obblighi di contenimento, emissioni pari a quelle dei paesi industrializzati verso il 2020″6.

Infatti, Cina, India e Messico, per esempio, già nel 1994 erano al 2°, 5° e 11° posto, rispettivamente, delle emissioni mondiali7. Allora, si può convenire che “l’intero meccanismo previsto dagli accordi sul cambiamento climatico potrebbe quindi trasformarsi da strumento per la tutela dell’ambiente in strumento di riequilibrio dello sviluppo e del mercato internazionale: obiettivo ben diverso da quello ufficialmente perseguito”8. Altro dato importante è che, insieme, Cina, India e Brasile raggiungono il 40% della popolazione mondiale e il 18% delle emissioni di anidride carbonica proveniente da fonti industriali.

Da un altro punto di vista, non sarebbe giusto impegnare in questa prima fase (2008-2012) anche i paesi in via di sviluppo, perché storicamente, i responsabili per l’inquinamento sono stati i paesi industrializzati che oggi godono di una posizione privilegiata nello scenario mondiale. L’alternativa più vicina per minimizzare il livello di emissioni da parte dei PVS sembra essere proprio il meccanismo di sviluppo pulito (CDM) che sarà analizzato più avanti.

Per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni nell’atmosfera, il Protocollo di Kyoto prevede che gli Stati industrializzati – che hanno dimostrato essere preoccupati per l’incremento dei costi di produzione legati ai limiti stabiliti – possano non solo abbattere direttamente le emissioni, ma anche utilizzare, in forma accessoria, altri meccanismi. In altre parole, gli Stati devono utilizzare i meccanismi di Kyoto solo per ottemperare a una parte dei propri impegni , non potendo sostituire interamente gli sforzi nazionali (principio di supplementarità). Lo scopo di tali meccanismi è rendere meno onerosa l’attuazione del protocollo (ridurre i costi).

I meccanismi previsti sono: Joint Implementation (JI), Joint Fulfillment (JF) o bubble, International Emissions Trading (IET) e Clean Development Mechanism (CDM). Essi consentono l’ottenimento di “crediti” da utilizzare per adempiere agli obblighi assunti.

Joint ImplementationJI (progetti di attuazione congiunta): disciplinato dall’articolo 6 del Protocollo, prevede la realizzazione di progetti di abbattimento delle emissioni antropiche (cioè, la riduzione o l’assorbimento), in un Stato incluso nell’allegato I, ma diverso da quello che promuove il progetto. Essi danno luogo all’acquisizione di “crediti di emissione” (Emission Reduction Units – ERUs);

Joint Fulfillment (JF) o bubble: anche questo è limitato ai paesi inclusi nell’allegato I. Prevede la realizzazione congiunta – da cui il nome “bolla” – da parte di due o più paesi, per la riduzione delle emissioni. L’Unione Europea, per esempio, ha costituito un’unica “bolla” per far fronte ai limiti stabiliti dal Protocollo.

International Emissions TradingIET (scambio internazionale dei diritti di emissione): previsto dall’articolo 17 del Protocollo, introduce la possibilità per i Paesi dell’allegato B, che riducono le emissioni in misura maggiore al loro target, di vendere tale surplus ad altri Paesi dell’allegato B per raggiungere i propri obiettivi. Questi emissioni, che sono rappresentate da Assigned Amount Units (AAUs), cioè quote che vengono assegnate agli Stati in base all’obbligo di riduzione assunto con il Protocollo, possono essere acquistate da Stati che, invece, non riescano a rispettare il proprio obiettivo. In pratica, saranno assegnate delle quote di emissione a determinati soggetti, come ad esempio, alle imprese. Una volta ridotte le loro emissioni in misura pari alla quota assegnata, questi soggetti hanno la facoltà di commercializzare “l’eccedenza” disponibile ad altri soggetti che hanno maggiori difficoltà a rispettare i propri impegni. Questo comporta che ogni impresa migliora il suo sistema per vendere l’eccesso sul mercato, con effetti positivi per l’ambiente.

Clean Development MechanismCDM (meccanismo di sviluppo pulito): inserito nell’articolo 12 del Protocollo, prevede la realizzazione, in paesi diversi da quello che ha elaborato il progetto, e non inclusi nell’allegato I, di progetti che riducono o assorbono le emissioni di GHG. Tale meccanismo permette di ottenere crediti di carbonio (Certified Emission Reduction Units, CERs).

È importante rilevare che il CDM è l’unico meccanismo che risulta possibile per la partecipazione di un PVS nel protocollo e che tutti i meccanismi, tranne il joint fulfillment, producono crediti per chi ne fa uso, calcolati con le unità di misura sopraindicate.

1.3. Direttiva europea di attuazione e recente proposta modificativa

Conformemente a quanto accennato prima, l’Unione Europea si è impegnata a ridurre dell’8% rispetto al livello del 1990 le emissioni di gas a effetto serra per il periodo 2008-2012 (decisione del Consiglio, del 25 aprile 2002 (2002/358/CE)), anche se si prevede che adottando le misure attuali, le riduzioni, nel 2010, arriveranno, al massimo, a 4,7%. Tuttavia, il Protocollo ancora dipende delle firme della Russia o degli Stati Uniti per raggiungere la percentuale necessaria per entrare in vigore.

Considerando l’attuale quadro politico – gli USA già da tempo si sono ritirati dai negoziati e la Russia dimostra di non volerlo ratificare – e “al fine di onorare gli impegni assunti dalla Comunità in base alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici ed il Protocollo di Kyoto, il 13 di ottobre scorso è stata adottata la Direttiva 2003/87/CE, che – realizzando un obiettivo chiave del Sesto Programma di azione – istituisce, a partire del 2005, un sistema per lo scambio di quote di emissioni di gas ad effetto serra nella Comunità”9, in alternativa alle riduzioni dirette delle stesse.

Essa è stata una grande dimostrazione da parte della UE di ragionevolezza e voglia di cambiare la situazione allarmante dei cambiamenti climatici e anche una “dimostrazione della propria fiducia negli organismi rappresentativi della comunità internazionale”10, in risposta alla disastrosa e negativa decisione del governo americano. Tale direttiva, anche se concernente soltanto alcune attività svolte da grandi fonti fisse (nel 2010 potranno arrivare al massimo al 46% circa delle emissioni di CO2 della UE11), ha come risvolto positivo l’aumento della flessibilità operativa dei soggetti obbligati e stimola l’innovazione tecnologica per la ricerca di soluzioni economicamente più convenienti.

Visto che la Direttiva 2003/87/CE prevede soltanto il regime di “emission trading“, la Commissione Europea, intenzionata ad allargare il ventaglio di alternative per l’adempimento degli obblighi previsti dal Protocollo, ha recentemente proposto una direttiva modificativa12 di questa, per includere nel sistema comunitario il progetto di attuazione congiunta (joint implementation) e il meccanismo di sviluppo pulito (clean development mechanism), che danno origine a crediti convertibili in quote di emissione, favorendo così i paesi in via di sviluppo e riducendo per i paesi industrializzati (in verità per le loro imprese) i costi degli adempimenti rispetto a quelli che dovrebbero sostenere sul proprio territorio. In altre parole, la proposta ha lo scopo di collegare i meccanismi basati sui progetti del Protocollo di Kyoto (CDM e JI) al sistema dell’UE per lo scambio di quote di emissione.

Il Parere del Comitato Economico e Sociale Europeo in data 11 dicembre 2003, dopo aver dimostrato alcune preoccupazioni riguardanti punti specifici (principalmente la lentezza dei progressi), ha manifestato di essere favorevole alla Proposta della Commissione.

Il Parlamento, in prima lettura, ha approvato il 20 aprile 2004, la Proposta della Commissione con emendamenti. Importante fare riferimento all’emendamento 2 che si riferisce al considerando 4. Il testo proposto dalla Commissione prevede: “i crediti connessi ai meccanismi basati sui progetti del Protocollo di Kyoto saranno disponibili solo dopo l’entrata in vigore del protocollo stesso”. Ciò vincola l’utilizzazione dei crediti all’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto. A sua volta, l’emendamento 2 dal Parlamento, ha soppresso tutta questa parte, svincolando la direttiva che istituisce i due nuovi meccanismi (JI e CDM) dal Protocollo, e nelle sue motivazioni ha spiegato i motivi:

“Due sono gli argomenti che militano a favore della soppressione della condizione dell’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto. Se, in quanto UE, manteniamo questa condizione, ci renderemo più dipendenti dal Presidente russo Putin. L’altro argomento è il fatto che la direttiva sullo scambio di emissioni non contiene alcuna condizione secondo la quale è necessario che il Protocollo di Kyoto sia in vigore. Dobbiamo agire presupponendo che il Protocollo entri in vigore. Il riscaldamento globale è una realtà e non possiamo permetterci di sprecare tempo. Inoltre, l’industria europea deve sapere come affrontare il problema del riscaldamento globale.”

Probabilmente, in ragione della complessità della materia, ci vorrà ancora del tempo per la promulgazione della Proposta di direttiva – anche se si presume di giungere ad un accordo in prima lettura, come espressamente dichiarato – considerato che la procedura può arrivare alla terza lettura e, ancora dopo, al tentativo di conciliazione senza esito, il che farebbe partire tutto da capo. Comunque, la direttiva riapre, o meglio, mantiene, non soltanto l’aspettativa di riduzione delle emissioni europee13 nel caso in cui il Protocollo di Kyoto non entri in vigore, ma anche la possibilità di forti investimenti in PVS, tramite, principalmente, il trasferimento di tecnologie pulite e moderne, apportando nel contempo vantaggi concreti in termini di sviluppo, nonché, come prima detto, di riduzione di emissioni dei GHG a livello globale.

2. IL MECCANISMO DI SVILUPO PULITO (CLEAN DEVELOPMENT MECHANISM)

2.1. Il meccanismo: genesi propositiva e obiettivi

Durante i preparativi per il Mandato di Berlino (1996), è stato previsto che in assenza di obblighi di contenimento, le emissioni dei paesi in via di sviluppo dovrebbero raggiungere quelle dei paesi industrializzati verso il 2020. Di fronte a questo preoccupante scenario, e tenendo conto che il suddetto mandato non prevedeva l’introduzione di nessun dovere per le Parti non allegato I (i PVS), occorrerebbe un’azione concreta per la risoluzione di tali problematiche, percorrendo la strada dello sviluppo sostenibile.

Considerando questi aspetti e in vista della sua preoccupazione per le previsioni avanzate, il governo brasiliano, tramite un documento formale, ha deciso di presentare il punto di vista di un paese in via di sviluppo, riguardante argomenti e idee finora non ancora suggerite. Il documento intitolato “Elementos propostos de um protocolo para a Convenção Quadro das Nações Unidas sobre Mudança do Clima, apresentados pelo Brasil em resposta ao Mandato de Berlim – documento FCCC/AGBM/1997/Misc 1/Add 3″ sottoposto al Segretariato della Convenzione, nel maggio 1997, prevedeva la creazione di un Fondo di Sviluppo Pulito alimentato dal contributo finanziario dei paesi industrializzati che non avessero rispettato le loro quote di riduzione. Un tale fondo avrebbe rappresentato un modo per trasferire tecnologia e risorse finanziarie necessarie per i paesi in via di sviluppo per contribuire alla mitigazione dei cambiamenti climatici, penalizzando i trasgressori.

Gli Stati Uniti sono stati contrari alla creazione del Fondo. Allora, tenendo conto delle motivazioni americane, a Rio de Janeiro, nel novembre 1997, un mese prima della COP3 a Kyoto, l’idea originale brasiliana è stata cambiata e trasformata nel cosiddetto meccanismo di sviluppo pulito (clean development mechanism – CDM). Durante la Conferenza di Kyoto, dopo alcune modifiche, la proposta è stata approvata e inclusa nell’articolo 12 del Protocollo, divenendo uno dei meccanismi flessibili previsti dallo stesso.

Il CDM è il meccanismo finanziario che permette agli Stati inclusi nell’allegato I di realizzare progetti per la riduzione (nei settori industriali, di energia e dei trasporti) o l’assorbimento (settore LULUCF) delle emissioni nel territorio di Stati non allegato I. In sintesi, consiste in una estensione del meccanismo di joint implementation.

Quindi, partendo dalla proposta iniziale brasiliana, si è passati dall’idea di penalizzare un paese con obbligo di riduzione di emissione, a quella di incentivare gli stessi a investire in paesi poveri o in via di sviluppo, generando crediti di riduzioni (certificati di emissioni). Questo meccanismo ha il duplice scopo di contribuire all’obiettivo della Convenzione sui Cambiamenti Climatici (riduzione delle emissioni dei gas GHG) e di aiutare i paesi non allegato I a raggiungere lo sviluppo sostenibile.

Il meccanismo di sviluppo pulito è l’unico che prevede la partecipazione di un paese povero o in via di sviluppo nel Protocollo e rappresenta un contributo significativo da parte di questi paesi per mitigare le conseguenze dell’effetto serra (una vera cooperazione internazionale), nonché un’opportunità per svilupparsi in forma sostenibile. Rappresenta, anche, un potenziale modo per riunire interessi e necessità di paesi industrializzati e non industrializzati.

Per facilitare la comprensione del funzionamento del CDM, si propone di seguito un riassuntivo caso concreto: una azienda inglese ha l’obbligo di ridurre le emissioni di GHG al fine di contribuire al raggiungimento degli obiettivi di riduzione complessivi per l’Inghilterra. Invece di ridurre le emissioni nel territorio inglese, la società può finanziare un progetto di biomassa in Cina o in qualunque paese non presente all’allegato I della Convenzione Quadro. Questo progetto ridurrà l’utilizzo di energia fossile, portando la Cina, a sua volta, a ridurre le emissioni in atmosfera. L’investitore inglese riceve crediti per le riduzioni, i quali saranno utilizzati per abbattere la quota che si era impegnato a rispettare.

In altri termini, con l’utilizzo del CDM “la riduzione primaria nel paese in via di sviluppo ha come effetto intermediario la riduzione secondaria di GHG sul territorio del proprio paese investitore (paesi sviluppato), e, come effetto finale, la riduzione a livello globale di GHG14. Il comma 10 dell’articolo 12 prevede l’applicazione delle riduzioni certificati ottenute già a partire dal 2000, momento iniziale dal quale i paesi possono ottenere crediti.

L’articolo 12. 3, lett. a) e b) del Protocollo determina che le Parti non incluse nell’allegato I saranno beneficiari di attività di CDM e che le Parti dell’allegato I potranno utilizzare i crediti di riduzione, ciò significa che soltanto i paesi che sono Parte del Protocollo possono partecipare ai progetti del CDM.

2.2. Le modalità di progetti di CDM

Il meccanismo di sviluppo pulito presenta fondamentalmente tre modalità diverse di progetti, distinti anche per quanto riguarda la complessità o meno nella definizione della loro supplementarietà: riduzione di emissioni di GHG, emissioni evitate ed assorbimento di emissioni.

La riduzione di emissioni è la modalità che presenta maggior facilità e livello di chiarezza nell’identificazione della sua supplementarietà e della Baseline (scenario di riferimento) per la misurazione delle emissioni15. Poiché già esiste uno standard di emissione, i benefici che si verificheranno, per esempio, con il cambiamento di tecnologia o la sostituzione del combustibile utilizzato, saranno facilmente misurabili. Proprio per questo motivo, i rischi di questi progetti sono ridotti, riguardando basilarmente la capacità dell’imprenditore di onorare il suo compito.

Le emissioni evitate sono progetti che aumentano l’offerta di energia, tramite l’utilizzo di fonti rinnovabili o di bassa emissione, è il caso dei progetti di generazione di energia eolica, di biomassa e solare. In questa modalità, la misurazione della supplementarietà è più complessa.

Gli assorbimenti di emissioni si vincolano, fondamentalmente, al settore LULUCF (land use, land-use change, forestry) e riguardano le attività legate al patrimonio forestale e agricolo. Se da una parte questa modalità offre maggior vantaggi ambientali, principalmente per quanto concerne la sostenibilità, da un’altra, è la più complessa per la misurazione della supplementarietà dei progetti.

Proprio per la menzionata complessità di misurazione è interessante approfondire leggermente lo studio di questa ultima modalità.

2.3. L’assorbimento delle emissioni di GHG: LULUCF

L’obiettivo primario del Protocollo di Kyoto, conforme a quanto appena accennato, è la riduzione delle emissioni di gas serra nel settore dell’industria, dell’energia e dei trasporti, al fine di stabilizzare le loro concentrazioni, ma nel corso del negoziato, gli interventi di assorbimento, essendo meno costosi e gravosi, hanno assunto un ruolo rilevante e preponderante.

Questi interventi, previsti dal meccanismo di sviluppo pulito (CDM) sono comunemente denominati LULUCF e riguardano le attività legate al patrimonio forestale e agricolo. Tramite questo settore, i paesi possono raggiungere parte del proprio obiettivo di riduzione anche facendo ricorso alle piantagioni forestali, in grado di assorbire il carbonio atmosferico (c.d. sinks). In sostanza, piantando nuovi alberi possono permettersi di non fare riduzioni troppo drastiche nelle emissioni industriali.

Tuttavia, esiste una limitazione all’utilizzo del LULUCF (in base al principio di supplementarietà) perché l’obiettivo principale del Protocollo è la riduzione delle emissioni derivanti dall’uso dei combustibili fossili. Il suo utilizzo, anche perché ha suscitato forti contrasti nel corso dei negoziati “è stato ammesso [dopo i negoziati di Bonn e Marrakech], ma subordinatamente, a quattro condizioni: la predisposizione di un insieme di regole; l’indicazione delle attività ammissibili; le predisposizione di definizioni comuni; l’indicazione di limiti”16.

L’intento di formare un sistema conciso di regole si spiega perché se le regole sono troppo semplici il rischio di truffe per ottenere un maggior numero di crediti da commercializzare sarà grande, mentre se troppo complesse, il rischio è di disincentivare il suo utilizzo. Giova osservare che gli interventi di assorbimento sono stati tra i temi più complessi nell’attuazione operativa del Protocollo, proprio per le divergenze esistenti fra i paesi per l’utilizzazione di queste attività per raggiungere gli obiettivi stabiliti a Kyoto.

Il Protocollo riconosce valutabile come oggetto del LULUCF le attività di afforestazione17, riforestazione18 e deforestazione19 (articolo 3.3). A Marrakech (COP7) sono state aggiunte le attività di gestione delle superfici forestali, gestione dei suoli agricoli (aree coltivate), gestione dei prati e dei pascoli (terreno dedicato all’allevamento) e le attività di rivegetazione (ripopolamento vegetale).

Per tutte queste attività ci sono due requisiti fondamentali da eseguire, previsti dall’articolo 3 del Protocollo: che abbiano avuto inizio successivamente al 1990 e che siano legate ad una azione antropica. Per la gestione di foreste, i crediti potenzialmente raggiungibili hanno un limite stabilito dagli accordi di Marrakech per ogni paese in forma diversa.

Con lo scopo di dirimere le divergenze create con questo tema, le Parti durante la COP7 hanno stabilito alcuni principi da seguire per i progetti di assorbimento LULUCF, tra i quali: a) le attività di LULUCF devono essere basate su una solida conoscenza scientifica; b) metodologie rigorose devono essere utilizzate per il monitoraggio delle attività; c) le attività di LULUCF non devono essere utilizzate illimitatamente, visto che l’obiettivo principale sono le riduzione delle emissioni, conformemente a quanto stabilito dall’articolo 3.1 del Protocollo; d) l’implementazione delle attività di LULUCF deve contribuire alla conservazione della biodiversità e all’uso sostenibile delle risorse naturali; e) le attività di LULUCF devono essere contabilizzate in un determinato periodo di tempo.

A Marrakech è stato deciso anche che, “limitatamente al primo periodo di impegno, si potranno includere soltanto le attività dell’articolo 3.3 con le quali, peraltro, un paese può raggiungere al massimo l’1% delle riduzioni assegnategli. In questo caso sarà quindi possibile al nostro paese acquistare le quote relative, ad esempio, alla realizzazione di una piantagione in Tunisia (o investire direttamente in questo paese e acquisire le quote)”20. E durante la COP9, a Milano, nel dicembre scorso, sono state date definizioni e modalità (decisione 19/CP.9) per l’inclusione delle attività di afforestazione e rifforestazione, le uniche, come appena accennato, finora incluse nel primo periodo di impegno del Protocollo (2008-2012). In sintesi, la COP9 ha reso operativo il CDM, in particolare definendo le sue linee guida ed i suoi regolamenti di attuazione.

Comunque, “per evitare abusi o un uso scorretto di questo istituto da parte dei Paesi dell’allegato I tutti i progetti devono altresì ottenere l’approvazione da parte d’Autorità specificatamente e preventivamente designate e, una volta attuati, debbono prevedere un piano di monitoraggio che raccolga e documenti i dati sulle emissioni ridotte che sono state conseguite”21.

2.4. I crediti di emissione prodotti, il Consiglio Esecutivo ed i requisiti dei progetti

Conformemente a quanto accennato prima, tutti questi progetti di CDM, qualora dimostrino di produrre una riduzione delle emissioni, che in loro assenza non si sarebbe verificata, determinano l’acquisizione di crediti di emissione denominati certified emissions reductions (CERs) da parte del proponente del progetto. I CERs sono emessi da un Consiglio Esecutivo, l’Executive Board, e computate ai partecipanti dell’attività, dopo aver constatato che effettivamente è stato ridotto il livello di emissione dei GHG. Detti certificati diventano permessi negoziabili. Ogni tonnellata di CO2 non emessa o tolta dall’atmosfera da un paese Parte potrà essere commercializzata nel mercato mondiale nei termini del Protocollo di Kyoto.

I progetti di CDM, come gli standard, i criteri nazionali di approvazione e i procedimenti di certificazione delle entità indipendenti internazionali (Entità Operazionali)22 dovranno essere sottoposti alla valutazione del menzionato Consiglio, costituito dalle Nazione Unite, specificatamente per questa finalità.

Durante la COP7, a Marrakech, è stato eletto l’Executive Board, composto da 20 membri (10 titolari e 10 sostituti): un rappresentante per a) Africa, b) Asia, c) America Latina e Caraibi, d) Europa Occidentale, USA e Canada e e) Piccoli paesi insulari; due rappresentanti ciascuno per i Paesi allegato I e i Paesi non allegato I..

In definitiva, il compito del Consiglio è quello di sorvegliare il CDM, conformemente a quanto stabilito negli accordi di Marrakech, decisione 17/CP.7, Allegato, C. Perseguendo questo scopo, in linea di massima, il Consiglio deve: a) fornire suggerimenti alla COP sui procedimenti e sulle modalità per il CDM, quando necessario, nonché emendamenti o aggiunte alle regole già stabilite; b) redigere un rapporto delle proprie attività in ogni riunione della COP; c) certificare le entità operazionali; d) approvare nuove metodologie, monitorare piani e limiti dei progetti; e) dare pubblicità alle informazioni sulle attività di progetto del CDM che hanno bisogno di finanziamento e sugli investitori che stanno cercando opportunità, come forma ausiliare per l’ottenimento di finanziamenti alle attività di progetto di CDM; f) dare pubblicità alle informazioni disponibili e non confidenziali sui progetti di CDM già esistenti; e g) sviluppare, mantenere e rendere disponibile al pubblico un insieme di regole approvate, procedimenti, metodologie e standards.

La chiarezza e l’efficienza delle regole di accreditamento delle entità internazionali e della certificazione dei crediti sono fondamentali alla credibilità e al buon funzionamento del CDM, nonché contribuiscono alla minimizzazione dei costi amministrativi di tale meccanismo.

Giova osservare che il Protocollo di Kyoto, prevede la presenza di alcuni requisiti perché un progetto possa essere compreso nel CDM e di conseguenza, una volta attuato, possa ottenere crediti di riduzione. Questo significa che non tutti i progetti saranno accettati nel meccanismo di sviluppo pulito, ma soltanto quelli che, dopo un rigido controllo procedurale, effettivamente raggiungano gli obiettivi di stabilizzazione delle emissioni dei gas GHG nella atmosfera, fissati dalla Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico. I requisiti alla candidatura del progetto come CDM, stabiliti dall’articolo 12.5 del Protocollo, sono: a) partecipazione volontaria approvata da ogni Parte coinvolta; b) benefici reali, misurabili e a lungo termine, in relazione alla mitigazione dei cambiamenti climatici; e c) riduzione delle emissioni che siano supplementari a quelle che si produrrebbero in assenza dell’attività certificata.

Il rispetto di detti requisiti è indispensabile per la conformità legale del progetto, intesa come fedeltà alle prescrizioni imposte per l’approvazione dei progetti di CDM. “In caso contrario, il progetto non sarà un vero Progetto di CDM e non avrà, di conseguenza, la capacità di generare gli effetti giuridici desiderati provenienti dai CER – diritti di emissioni, possesso, trasferimento e acquisizione”23.

2.5. Aspetti positivi e negativi

La creazione di limiti e divieti di per sé non premia chi riduce le emissioni al di là degli standards previsti nelle disposizioni legali. In forma diversa, l’attribuzione di un valore di scambio può incentivare la competizione e, di conseguenza, il miglioramento tecnologico. Il meccanismo di sviluppo pulito rappresenta, inoltre, una potenziale forma per riunire interessi e necessità tra paesi industrializzati e non industrializzati, nonché una possibilità per i paesi che, per caratteristiche fisiche – è il caso del Giappone, per esempio – non possono utilizzare interventi di assorbimento (LULUCF) al loro interno. Inoltre, il meccanismo di sviluppo pulito permette il raggiungimento dell’obiettivo di contenimento delle emissioni di GHG nell’atmosfera, ossia l’obiettivo centrale della UNFCCC, evitando le drastiche conseguenze previste per questo secolo, confermate da un rapporto del 2003 del Pentagono24.

D’altro canto, ci sono alcuni aspetti negativi (non poteva essere altrimenti), poiché si tratta di un sistema complesso che pretende di risolvere un problema ancora più complesso. Fra i problemi del CDM possiamo, in maniera riassuntiva, elencare: a) il sistema LULUCF, consistendo in un assorbimento, non riduce l’utilizzazione di combustibili fossili, che sono il principale problema del cambiamento climatico, non introducendo modifiche nelle modalità di sviluppo e consumo b) i paesi vincolati potrebbero sottrarsi agli obblighi determinati dal protocollo, c) può essere pericoloso per la tutela dell’ecosistema e della biodiversità, il fatto che, per aumentare la capacità di assorbimento delle emissioni, le foreste naturali possano essere sostituite da piantagioni a monocultura d) sono di difficilissima quantificazione, potendo generare grandi truffe alterando i risultati e) l’utilizzo massiccio del sistema LULUCF tramite monocultura potrebbe deperire il suolo.

Un altro problema sollevato dalla dottrina è che i meccanismi flessibili di Kyoto, tra cui il CDM, potrebbero comportare un abbassamento del livello delle emissioni di CO2 solo a breve termine, in modo da contrastare uno sviluppo a lungo termine, in conseguenza di una stabilizzazione a livello di mercato e di scambio di tecnologia.

3. CASO SPECIFICO: IL CDM ED IL BRASILE

3.1. Il repecimento del Protocollo di Kyoto nell’ordinamento interno e la procedura di regolamentazione del CDM in Brasile

Nel caso brasiliano, il Protocollo di Kyoto è stato firmato dal Presidente della Repubblica il 29 aprile 199825. Il Congresso Nazionale l’ha approvato all’unanimità il 19 giugno 2002, emanando il Decreto Legislativo 144 (“Decreto di Approvazione del testo del Protocollo di Kyoto alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite su Cambiamento Climatico“). Il Presidente dell’epoca, Fernando Henrique Cardoso, l’ha ratificato il 23 luglio 2002 ed ha depositato lo strumento di ratifica presso il Segretario dell’ONU il 23 agosto 2002.

Come già menzionato è importante ricordare che i procedimenti fondamentali per il CDM sono stati definiti dall’articolo 12 del Protocollo di Kyoto e dalle successive Conferenze delle Parti (COP): a) i paesi ospiti (non allegato I) dovranno valutare l’interesse del progetto nei confronti della politica e dei piani nazionali considerando i benefici derivanti dalle riduzioni delle emissioni per lo sviluppo sostenibile, b) i progetti dovranno essere certificati dalle entità internazionali indipendenti designate dalla COP e c) i progetti, nonché gli standards, i criteri nazionali di approvazione ed i procedimenti di certificazione delle entità internazionali indipendenti, dovranno essere sottomessi all’autorità del Consiglio Esecutivo del CDM.

Giova osservare che, in conformità con il Principio della Responsabilità Comune ma Differenziata, il Brasile non ha nessun impegno formale di riduzione delle emissioni dei GHG, come non ne hanno gli altri paesi non allegato I. Quindi, l’unico impegno brasiliano è aggiornare periodicamente un inventario nazionale delle emissioni antropiche, nonché informare la COP delle misure adottate o previste per l’implementazione della Convenzione (art. 4 della Convenzione Quadro). Tre ministeri hanno un ruolo fondamentale nel settore: Ministero dell’Ambiente, Ministero delle Scienze e Tecnologia e Ministero dei Rapporti Esteri.

Cosciente del suo ruolo, il governo brasiliano è stato il primo paese in via di sviluppo a stabilire una Commissione Interministeriale sul Cambiamento Climatico, tramite un Decreto del Presidente della Repubblica, del 7 luglio 1999. La Commissione, integrata dai rappresentanti di otto Ministeri, ha la finalità di articolare le azioni del governo che si rifanno alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico ed i suoi strumenti sussidiari dei quali il Brasile sia Parte. In sintesi, questo Decreto designa la Commissione come Autorità Nazionale – art. 3°, IV, la quale partecipa alla fase di approvazione dei progetti considerati idonei. Compete inoltre alla Commissione, presieduta dal Ministro delle Scienze e Tecnologia, definire criteri di eleggibilità addizionali a quelli considerati nella regolamentazione del Protocollo, conformemente alla strategia nazionale di sviluppo sostenibile (articolo 3°, comma 3, del Decreto).

Sempre allo scopo di implementare la Convenzione Quadro è stato creato, tramite il Decreto 3.515 del 20 giugno 2000, il “Forum Brasileiro de Mudancas Climaticas – FBMC” (Forum Brasiliano sui Cambiamenti Climatici), presieduto dal Presidente della Repubblica. Il FBMC ha il compito di promuovere interventi per sensibilizzare e mobilitare la società per quanto riguarda i cambiamenti climatici e i loro effetti, nonché per l’implementazione del CDM.

Altro passo fondamentale è stato fatto con la Risoluzione n° 1 del Consiglio Interministeriale del Cambiamento Climatico, dell’11 settembre 2003, pubblicata il 2 dicembre dello stesso anno, che stabilisce norme per l’esecuzione di progetti del CDM. Il Brasile è stato il primo dei paesi in via di sviluppo a stabilire norme di regolamentazione del meccanismo di sviluppo pulito anticipando l’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto. Il Brasile, quindi, è già pronto per essere sottoposto al Consiglio Esecutivo.

La Risoluzione approva le modalità ed i procedimenti del CDM, nell’ambito della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, nella forma dell’allegato I, che è una riproduzione della decisione 17/CP.7 degli accordi di Marrakech. Nell’allegato II, prevede la forma di concezione del progetto che sarà inviato alla Segreteria Esecutiva della Commissione Interministeriale del Cambiamento Climatico, ampliando le informazioni contenute dal supplemento B dell’allegato alla decisone soprindicata. E nell’allegato III è presente la previsione di informazione alla Commissione del contributo del progetto allo sviluppo sostenibile (conformemente a quanto previsto dall’articolo 12.2 del Protocollo di Kyoto).

3.2. Il potenziale di implementazione dei progetti CDM e gli investimenti previsti

Fatto riferimento al recepimento del Protocollo nell’ordinamento interno e stabilite le linee guida per l’approvazione dei progetti del CDM in Brasile, e prima di elencare i progetti già sottomessi alla valutazione nei termine della Risoluzione n° 1 e altri di importante rilievo, giova fare delle osservazioni riguardanti il potenziale di implementazione di progetti di CDM in ambito nazionale, nonché gli investimenti previsti nel settore.

Il Brasile è per estensione al mondo il quinto paese (superficie totale di 8,5 milioni di km2), presenta una costa lunga oltre 7,3 mila km, grandi riserve minerali, la maggior biodiversità del Pianeta, concentra il 15% circa delle acque dolci superficiali disponibile sulla Terra, detiene 1/3 delle foreste equatoriali nel suo territorio, 2/3 circa della foresta amazzonica (5 milioni di km2 circa), conosciuta come il “polmone del mondo” ed equivalente come area, per la parte costituente territorio brasiliano, a 16 volte l’Italia (300 mila km2 circa).

Anche possedendo queste favolose risorse, conoscendo la storia dell’evoluzione economica brasiliana, è noto che il Brasile non si distingue per l’austerità nell’uso delle sue risorse naturali. Anzi, lo sfruttamento di dette risorse, in genere, è stato caratterizzato per la scorrettezza, lo spreco e la mancanza di responsabilità. Comunque, è un paese riconosciuto internazionalmente per avere una delle fonti energetiche più pulite e rinnovabili al mondo. E’ vero che questo scenario non è il risultato della preoccupazione della politica brasiliana in materia ambientale, ma deriva dall’aver basato il suo approvvigionamento di elettricità nelle risorse idriche.

Nonostante l’energia idroelettrica domini le fonti energetiche brasiliane, essendo la fonte per il 42% circa di tutta l’energia prodotta nel paese e per il 92% circa dell’energia elettrica (i restanti 8% sono originati dalle centrali termoelettriche, che utilizzano carbone e petrolio). In breve tempo, il rifornimento di elettricità, in conseguenza dell’espansione economica e dello sviluppo del paese, dovrà usare più combustibili fossili, aumentando perciò l’utilizzo di risorse naturali e le emissioni atmosferiche. Ciò nonostante, il Brasile continua ad essere una delle principali mete per l’implementazione dei progetti del CDM.26

E’ importante osservare che un’altra fonte energetica rinnovabile promettente e competitivamente più economica dell’energia solare – sua principale concorrente – è l’energia eolica, nonostante richieda un elevato know-how per attuarla. La regione con il migliore potenziale è il nord-est brasiliano. In base allo studio effettuato nel 2002 dal professore Mauricio Tolmasquim della COPPE – UFRJ (Coordinazione dei Programmi di Post Laurea in Ingegneria dell’Università Federale del Rio de Janeiro), il Brasile possiede un potenziale di utilizzazione dell’energia eolica superiore a quello della Germania. Tuttavia l’energia prodotta dal Brasile è 350 volte inferiore a quella prodotta dalle centrali tedesche27.

In sintesi, il settore energetico, congiuntamente al promettente settore forestale e all’importante programma di uso dei combustibili di biomasse (alcol) in sostituzione al petrolio – principalmente nel settore dei trasporti – qualifica il Brasile positivamente, come uno dei destinatari privilegiati, nello scenario mondiale, dei progetti del CDM.

Conformemente alla previsione della Banca Mondiale – uno dei principali agenti mondiali che controlla le risorse finanziarie originarie dei paesi sviluppati e destinate alla compravendita di crediti di emissione (CERs) dei paesi in via di sviluppo o dei paesi poveri – il commercio dei titoli di emissione potrà arrivare a US$ 20 miliardi all’anno ed il Brasile è il paese con la maggior quantità di progetti di CDM per la vendita di crediti in analisi nell’Istituzione. I dati della Banca, relativi al 2002 e al 2003, dimostrano che l’America Latina è responsabile per il 60% delle vendite mondiali già negoziate. L’Olanda ha acquistato il 30% dei crediti e il Giappone il 23%28.

3.3. L’efficienza di assorbimento di CO2

Come è stato detto prima, il settore forestale rappresenta, insieme all’energetico, un grande potenziale per il Brasile, ed è opportuno formulare alcuni commenti sull’assorbimento di CO2, principalmente sulla sua diversa efficienza, a seconda del genere di albero che viene utilizzato per i suddetti progetti. Quantificare il carbonio in una foresta è uno dei compiti più complessi, in quanto ciò coinvolge anche fattori esterni come la variabilità del clima, il profilo di suolo, la temperatura locale e il tipo di vegetazione esistente.

Che una foresta assorba CO2 tutti lo sanno, ma le domande che sorgono sono le seguenti: Qual’è la quantità assorbita da una foresta? Specie diversi di alberi assorbono quantità diversa di anidride carbonica?

Esistono diversi studi in questo senso e uno di essi è stato elaborato nel settembre 200229 dalla “Fundação Brasileira para o Desenvolvimento Sustentável – FBDS” (Fondazione Brasiliana per lo Sviluppo Sostenibile), consistente nello studio delle foreste, dei suoi generi e della quantità di carbonio presente (questo è all’origine dell’assorbimento di CO2 dell’atmosfera). Lo studio, sostanzialmente ha esaminato l’evoluzione dei vegetali, di generi diversi, a partire da una data di riferimento (nel caso specifico, alberi con 5 anni ed ancora in crescita).

Scelta la data di riferimento, è stata fatta l’analisi dei generi Pinus (albero nativo) ed Eucaliptus (albero esotico), con gli stessi criteri: a partire dal 1990 e fino al 1994 sono stati analizzati alberi di diverse età – con non meno di 5 anni – e sono stati realizzati studi riguardanti il tronco, la chioma e le radici. I risultati possono essere costatati nelle tabelle 1 e 2 di seguito:

TABELLA 1: Stima di carbonio assorbito per le foreste del genero Pinus, in milioni di tonnellate.

 

Anno

Tronco

Chioma

Radici

Somma

Differenze

1990

12,52

3,13

4,38

20,03

1991

13,11

3,28

4,59

20,98

0,95

1992

13,56

3,39

4,75

21,70

0,72

1993

14,22

3,55

4,98

22,75

1,05

1994

14,42

3,60

5,05

23,07

0,32

FONTE: Adattato da http://www.mct.gov.br/clima/comunic_old/forest.htm.

TABELLA 2: Stima di carbonio assorbito per le foreste del genero Eucaliptus, in milioni di tonnellate.

 

Anno

Tronco

Chioma

Radici

Somma

Differenze

1990

69,23

13,85

24,23

107,31

1991

75,87

15,17

26,55

117,59

10,28

1992

81,10

16,22

28,38

125,70

8,11

1993

87,45

17,49

30,61

135,55

9,85

1994

95,49

19,10

33,42

148,01

12,46

FONTE: Adattato da http://www.mct.gov.br/clima/comunic_old/forest.htm.

Dall’analisi delle tabelle 1 e 2 si desume che tra il 1990 e il 1994 l’assorbimento di CO2 riguardante il Pinus è stato di 3,04 milioni di tonnellate, mentre quello dell’Eucaliptus di 40,7 milioni. In tutti e due i casi si è verificata una leggera oscillazione nella capacità di assorbimento nell’intervallo di tempo studiato. Tra le parti dell’albero è il tronco a contribuire, con la percentuale più alta di assorbimento pari a circa il 63% del totale per il Pinus e il 70% per l’Eucaliptus.

In altre parole, questo dimostra che la capacità di assorbimento dell’anidride carbonica per gli alberi del genere Eucaliptus supera quella del genere Pinus in una percentuale variabile tra il 60 ed il 70%. Quindi l’Eucaliptus, per la sua alta efficienza rappresenta una grande scelta per l’attivazione dei progetti di CDM.

Tuttavia, quando non si tratta di una monocultura, – in cui la quantificazione del C02 assorbito è più semplice trattandosi di produzione omogenea – ma di una foresta in cui ci siano generi diversi di alberi, il compito di quantificare la quantità di carbonio assorbita diventa più complesso. Altro aspetto importante da sottolineare riguarda il fatto che nelle foreste in crescita, l’assorbimento di carbonio è maggior fino a quando gli alberi arrivano alla maturità, visto che a questo punto preservano l’equilibrio, avendo un bilancio praticamente nullo in riferimento all’entrata e all’uscita delle loro biomasse (ossia, la quantità sequestrata di carbonio durante la giornata tramite la procedura di fotosintesi è praticamente la stessa liberata durante il processo di respirazione).

3.4. Alcuni progetti CDM di rilevo

E’ stato già detto durante il paragrafo 9 che il Brasile tramite la Risoluzione n° 1 del Consiglio Interministeriale del Cambiamento Climatico, pubblicata nel dicembre 2003, si è anticipato sia a tutti gli altri paesi ospiti di potenziali progetti, sia rispetto all’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, una volta che ha stabilito le norme per l’esecuzione dei progetti di meccanismo di sviluppo pulito.

Finora30 tre progetti di rilievo sono già stati sottoposti alla Commissione Interministeriale per il Cambiamento Climatico nei termini della suddetta Risoluzione. Essi rappresentano non soltanto la materializzazione della UNFCCC e del Protocollo di Kyoto, ma anche la speranza di raggiungimento degli obiettivi di stabilizzazione delle emissioni atmosferiche senza bloccare lo sviluppo. I progetti sono denominati NovaGerar, Vega Bahia e Jalles Machado. Il primo riguarda la cattura di metano da una discarica sanitaria per produrre energia. Il secondo, l’aumento della efficienza nella cattura del biogas prodotto con la combustione postuma del metano che sarebbe emesso nell’atmosfera. L’ultimo, l’utilizzo della bagassa (residuo della lavorazione della canna da zucchero) al posto dei combustibili fossili per la produzione di energia elettrica. Per le sue caratteristiche, i primi due appartengono alla modalità emissioni evitate e l’ultimo a quella riduzione di emissioni (cfr. § 5).

Progetto NovaGerar

NovaGerar EcoEnergia Ltda è una joint venture formata da due imprese, una del settore assicurativo (EcoSecurities – 50% del capitale sociale) e l’altra di ingegneria civile e costruzione (S.A. Paulista – per l’altro 50%). Il NovaGerar, che prende il nome della società, è un progetto di energia a partire dei gas di una discarica sanitaria, localizzata nel Comune di Nova Iguacu, Stato di Rio de Janeiro, nella regione sud-est del Brasile.

Il progetto prevede la rimozione e il ripristino della discarica denominata “Lixão de Marabaia“, l’implementazione della discarica “Aterro Sanitário Adrianopolis“, nonché la cattura e l’utilizzo del gas metano per la generazione di elettricità.

La discarica che dovrà essere ripristinata è utilizzata da 16 anni senza alcun tipo di controllo ambientale. L’Aterro Sanitário Adrianopolis riceverà in media 2 mila tonnellate di rifiuti al giorno in un sistema moderno e ambientalmente responsabile. NovaGerar prevede inoltre una donazione del 10% dell’energia generata alle autorità di Nova Iguacu per la fornitura di energia elettrica a scuole, ospedali, ecc.

Il beneficio quantificato è dato dalla differenza fra la liberazione del metano direttamente nell’atmosfera e la sua combustione che libererà CO231. Il totale di riduzione di emissioni in 21 anni sarà di 14,072 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti, il che lo rende eleggibile come progetto CDM .

Il documento di concezione del progetto è stato sottoposto alla Commissione il 5 dicembre 2003 e, dopo essere stato sottoposto altre due volte, il 31 marzo 2004 ha avuto il Parere positivo della Segreteria Esecutiva della Commissione. Nell’esposizione dei motivi, i tecnici responsabili hanno fatto riferimento anche all’aspetto sociale del progetto, in quanto porterà benefici diretti e indiretti alle condizioni di lavoro nelle fasi di implementazione e operazione della discarica “Aterro Sanitário Adrianopolis“.

Progetto Vega Bahia

Vega Bahia Tratamento de Resíduos S.A. è la concessionaria incaricata della gestione della discarica della città di Salvador, Stato di Bahia, nel nord-est del Brasile. La discarica, conosciuta come “Aterro Metropolitano do Centro” (ACM) è ubicata a 20 km da Salvador, nella regione metropolitana (in zona rurale), che include 10 Comuni ed è vicina ad un’area residenziale. L’ACM è la destinazione finale di 850 mila tonnellate/anno di rifiuti urbani.

Il progetto prevede l’aumento della efficienza nella cattura di biogas del progetto originale specificato nella concessione. Il contratto tra VEGA e il Comune di Salvador prevede la cattura e la combustione del 19-24% del metano del biogas prodotto dalla discarica, mentre il restante quantitativo viene liberato nell’atmosfera. Il progetto di CDM proposto dalla società prevede la cattura di biogas per l’80%, e la combustione del metano contenuto nel biogas sequestrato. In definitiva, risulterà in un miglioramento del sistema di cattura predisposto dal contratto di concessione originale e una conseguente riduzione delle emissioni di metano. La previsione di riduzione di CO2 equivalenti tra il 2004 e il 2019 è di 13.958.154 tonnellate.

Il documento di concezione del progetto, nei termini della Risoluzione n. 1 è stato sottoposto per la sua approvazione alla Commissione il 6 febbraio 2004 con il Parere favorevole della Segreteria Esecutiva della Commissione del 29 marzo 2004 (composta dagli stessi tecnici del progetto NovaGerar).

Progetto Jalles Machado

Jalles Machado S.A. è una impresa brasiliana, localizzata a Goianésia, nello Stato di Goiás, regione centro-ovest del Brasile, a 167 km circa della capitale Goiânia. La sua attività consiste nella produzione dell’etanolo e dello zucchero, a partire dalla canna da zucchero macinata, ed essa rappresenta il più grande datore di lavoro del municipio, avendo creato 2031 posti nella raccolta della produzione 2001/2002.

Il progetto di CDM proposto dalla Jalles Machado per utilizzare i CERs è stato sviluppato dalla Econergy Brasil Ltda (sua partner in questa iniziativa) e messo in opera nell’area dell’industria di zucchero e alcol di Jalles Machado. Il progetto propone un aumento nella capacità di cogenerazione32 con la bagassa da 10 a 38 MW, mediante la sua combustione, in modo da fornire l’energia elettrica generata alla rete di trasmissione e, inoltre, per implementare pompe elettriche di irrigazione al posto delle pompe che utilizzano olio diesel.

È opportuno osservare che in Brasile la legislazione del settore elettrico attualmente è meno restrittiva rispetto a prima riguardo all’accesso dei produttori indipendenti di energia al mercato di elettricità, principalmente per la crescente domanda nel paese e per l’aspettativa di sviluppo del settore industriale, il che giustificherebbe il crescente uso dei combustibili fossili. Ciò sta incentivando un’operatività più efficiente delle industrie di canna da zucchero.

Con la sostituzione dell’utilizzo dei combustibili fossili (non rinnovabili) con la bagassa della canna di zucchero (fonte ovviamente rinnovabile) il progetto implicherà una riduzione reale delle emissioni di CO2 (130.597 tonnellate in sette anni), misurabile e risultante in benefici a lungo termine per la mitigazione dei cambiamenti climatici.

Il documento di concezione del progetto nei termine della Risoluzione n. 1 è stato sottomesso alla Commissione il 07 aprile 2004, ma non è ancora stato emanato un Parere in merito.

Durante l’anno 2003, sono stati presentati al MCT (Ministero delle Scienze e Tecnologia) più di 50 progetti CDM – in fasi diverse di implementazione – di cui si chiedeva l’approvazione. Alcuni sono soltanto proposte. Di seguito un riassunto di alcuni progetti che meritano descrizione separata, essendo i primi tre di LULUCF (assorbimento di emissioni):

Progetto Plantar

E’ ubicato nello Stato di Minas Gerais, regione sud-est del Brasile che dall’inizio del processo siderurgico nello Stato è stata la principale fonte di carbone per l’industria. Il progetto, di obiettivo commerciale, consiste sostanzialmente nell’assorbimento e nelle emissioni evitate di carbonio, tramite, rispettivamente, la piantagione di alberi di Eucaliptus (previste in 7 anni) e la produzione di carbone vegetale proveniente da queste foreste certificate (durante i 21 anni successivi, in sostituzione del carbone minerale).

I documenti del progetto prevedono un totale di riduzioni certificate di emissioni (CERs) pari a 12,88 milioni di tonnellate di CO2 nei suoi 28 anni di durata. Il finanziamento sarà a carico del Prototype Carbon Fund, fondo della Banca Mondiale destinato al mercato del carbonio.

Progetto Peugeot

Localizzato al nord-ovest dello Stato di Mato Grosso, nella regione centro-ovest del Brasile, il progetto prevede il sequestro di carbonio atmosferico mediante il recupero di un’area disboscata della Foresta Amazzonica pari a 5.000 ettari. Il progetto ha avuto alcuni ostacoli durante la fase iniziale, nel 2000, motivo per cui l’area di estensione del progetto si è ridotta a 2000 ettari. Anche con le riduzioni degli obiettivi iniziali si è mantenuta l’immagine positiva dall’azienda per aver investito nel ricupero dell’ambiente.

Progetto Ilha do Bananal

Il progetto Ilha da Bananal, nello Stato di Tocantis, regione nord del Brasile, finanziato dall’istituzione filantropica inglese AES Barry Fondation (legata a un’impresa di energia), è stato implementato dall’Istituto Ecologico, un’ONG socio-ambientale di quella regione e sarà sviluppato per un periodo di 25 anni.

Prevede, oltre la preservazione di 200 mila ettari di foreste e l’implementazione di 3 mila ettari di sistemi agroforestali (responsabile per 21 milioni di tonnellate di carbonio sequestrati), la riforestazione di 60 mila ettari di area, con la previsione di catturare 3,9 milioni di tonnellate di carbonio nel periodo complessivo.

Programma Proalcool

Il “Proalcool” (Programma Nazionale dell’Alcol) merita speciale attenzione, poiché non è un progetto isolato, di una azienda specifica, come i casi sopraelencati, ma è invece il più grande programma al mondo di combustibili liquidi alternativi mediante l’utilizzazione della biomassa per produrre energia. Consiste fondamentalmente nella sostituzione della benzina (prodotta a partire dal petrolio – combustibile fossile, inquinante e non rinnovabile) con l’alcol (prodotto dalla canna da zucchero – fonte rinnovabile e meno inquinante).

Nonostante trovi origine nella crisi internazionale del petrolio del 1973 e del 1974 e nel tentativo di risolvere il problema della fluttuazione del prezzo dello zucchero nel mercato internazionale, sin dall’inizio tale progetto fu difeso dagli ambientalisti, in quanto riduce i livelli di inquinamento atmosferico e rappresenta una fonte rinnovabile. Tra gli altri tanti vantaggi, dal punto di vista economico, politico e sociale, possiamo elencare: la migliore qualità dell’aria, la creazione di migliaia di posti di lavoro in virtù della coltivazione della canna e dell’industrializzazione del combustibile (diversamente da quello che succede con la benzina), l’aumento della competitività dell’industria dello zucchero e dell’alcol in ambito internazionale, un risparmio economico al paese e il potenziale utilizzo del residuo della sua lavorazione (bagassa) per la produzione di energia.

Inizialmente l’alcol fu utilizzato come additivo alla benzina (alcol anidro) in una percentuale del 20%, passando al 22%, ed essendo oggi fissato per legge in percentuale tra il 20 ed il 25% (Lei n. 10.464 del 24 maggio 2001). A partire dal 1980 l’alcol passò ad essere utilizzato in forma pura (alcol idratato) per alimentare motori. Già nel 1985 i veicoli ad alcol rappresentavano il 95% circa delle vendite del mercato di veicoli nuovi. Tuttavia, nel 1986, finita la crisi del petrolio, in aggiunta all’aumento del prezzo dello zucchero nel mercato esterno, che determinò la concentrazione della produzione nello zucchero, l’alcol diventò poco competitivo. Di conseguenza, alla fine degli anni 90, per esempio, meno del 0,5% dei veicoli nuovi messi sul mercato giravano ad alcol.

Recentemente, più che altro, è la preservazione dell’ambiente che sta incentivando la ripresa del Programma, principalmente per il riconoscimento avuto dalla comunità internazionale come candidato alle politiche di finanziamento di progetti riduttivi delle emissioni dei GHG, in virtù degli impegni stabiliti dal Protocollo di Kyoto. Detto riconoscimento risiede anche nell’enorme potenziale di produzione di energia a partire dalla bagassa.

La Germania ha firmato un accordo con il governo Brasiliano per l’acquisto dei certificati di riduzione di emissioni (CERs) riguardante l’introduzione nel Brasile di 100 mila nuovi veicoli ad alcol. I dati dell’União da Agroindústria Canavieira de São Paulo (Unica)33 dimostrano che la riduzione dei gas nell’atmosfera in 10 anni sarebbe di 7 milioni circa di tonnellate di CO2.

L’aumento del consumo d’alcol è stato spinto con il lancio nel marzo 2003 del primo veicolo bi-combustibile, che utilizza alcol e benzina (puri o miscelati in qualsiasi proporzione). Un mese prima sono stati commercializzati 3.770 veicoli nuovi ad alcol. Un anno dopo (nel febbraio 2004), con avvento del bi-combustibile, si è verificato un aumento del 388% nelle vendite, portando a 18.431 la cifra dei veicoli. La loro partecipazione nel mercato è passata dal 3,4% del mercato nel febbraio 2003 al 16% nello stesso mese di questo anno.34

Giappone, India e Cina si sono interessate al programma. Proprio per questo motivo nell’ultimo mese di maggio il Presidente della Repubblica brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, in visita in Cina, ha proposto il progetto al governo di quel paese.

CONSIDERAZIONI FINALI

1. Il presente studio, conformemente a quanto detto nell’introduzione, ha l’intento di essere conoscitivo ed informativo poiché l’argomento del CDM – come tutti quelli che coinvolgono la tematica dei cambiamenti climatici – è estremamente ampio, complesso e molte volte contraddittorio.

Il meccanismo di sviluppo pulito, che determina l’acquisizione di crediti di emissione denominati CERs (certified emissions reductions) da parte del proponente del progetto, porta ad un minore utilizzo dei combustibili fossili, più inquinanti e non rinnovabili. È anche l’unico meccanismo che prevede la partecipazione, come destinatari dei progetti, dei paesi non industrializzati (paesi non allegato I) alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico e di conseguenza al Protocollo di Kyoto, nel tentativo di una vera cooperazione internazionale. Inoltre rappresenta un potenziale modo per riunire interessi e necessità di questi paesi a di quelli dell’allegato I, che include sia i paesi industrializzati sia gli Stati detti EITcon economia in transizione.

Tramite il Protocollo di Kyoto, l’uso più austero e razionale delle risorse naturali necessarie alla produzione acquista un valore aggiunto verificabile in forma di volume misurabile di riduzione dei gas generatori dell’effetto serra. Questo fattore può rappresentare un successo in termini di diminuzione degli agenti causa dei cambiamenti climatici, oltre una grande opportunità di mercato.

Si tratta di un meccanismo finanziario che trasmette l’idea di proprietà in campo ambientale. Purtroppo, ancora una volta il fattore economico e quindi l’interesse dei paesi ricchi che rappresentano una piccola parte della popolazione mondiale prende il sopravvento in modo schiacciante rispetto al diritto intrinseco e soggettivo di vivere in un Pianeta salubre.

Tuttavia, dobbiamo abituarci a questa grande alternativa che rappresenta il CDM finalizzato al contenimento dei cambiamenti climatici, poiché l’attrazione di risorse finanziarie stimola la competitività del mercato, stimolando la domanda per una produzione meno inquinante e basata sulle materie prime rinnovabili. Tra l’altro il meccanismo offre una grande quantità di benefici relativi allo sviluppo sostenibile, sia di tipo ambientale (acqua, aria più pulita, riduzione del disboscamento, conservazione del suolo, protezione della biodiversità), sia di carattere sociale (lo sviluppo rurale, la creazione di posti di lavoro e la diminuzione della povertà).

L’aspettativa è che il CDM diventi un ottimo veicolo per il trasferimento di tecnologia pulita e moderna nei paesi ancora non industrializzati o in via di industrializzazione ed apporti nel contempo vantaggi concreti in termini di sviluppo.

2. Per quanto riguarda il fatto che il Protocollo di Kyoto non è ancora in vigore, sono importanti alcune considerazioni sulla disastrosa posizione degli Stati Uniti d’America e sulla presa di coscienza in ambito comunitario.

Nonostante la Russia non abbia ancora deciso se ratificare o meno il Protocollo, cosa che sarebbe sufficiente affinché entri in vigore, gli USA da tempo si sono ritirati dai negoziati. L’amministrazione Bush ha ripetuto tante volte che non vede nei cambiamenti climatici una “grande minaccia” per il mondo e al momento non intende porre la questione fra le priorità dell’agenda presidenziale. Sulla stessa linea era anche il suo predecessore, Bill Clinton, il quale nel primo semestre 2001 ha affermato che se fosse stato necessario per mantenere la loro posizione egemonica, gli Stati Uniti avrebbero inquinato ancora di più. Incredibilmente, utilizzano come argomento a loro favore il fatto che le incertezze scientifiche sono troppo elevate per giustificare l’investimento nella riduzione delle emissioni dei GHG. Tuttavia, questo argomento dimostra più che altro una posizione imperialista, priva di razionalità e contraddittoria rispetto ai dati evidenziati proprio da alcuni scienziati americani.

Si parla di Imperialismo in quanto gli USA dimostrano preoccupazione, per esempio, riguardo alla cosiddetta “industria della guerra” e ad altre situazioni, spesso “create” da loro stessi, che possono portare ad un’espansione del mercato e/o ad un ritorno economico immediato, sempre cercando di incrementare esclusivamente il proprio sviluppo. Si tratta di una posizione priva di razionalità e contraddittoria rispetto ai dati evidenziati, poiché recentemente è stato scoperto – i quotidiani di tutti il mondo ne hanno informato il pubblico – che studi richiesti proprio dal Governo americano sono stati tenuti segreti dal Pentagono in quanto confermano le drammatiche conseguenze dei cambiamenti climatici. È opportuno riferire che sin dagli anni ‘50, gli USA occupano il primo posto nel ranking mondiale delle emissioni atmosferiche. Una posizione priva di razionalità anche perché non riescono a guardare al futuro, infatti sembra che siano interessati sempre a dominare, anche se a breve termine, piuttosto che rischiare di trovarsi al secondo o terzo posto.

Da un’altra parte giova osservare la dimostrazione data dall’Unione Europea, che tramite la Direttiva 2003/87/CE si è impegnata a ridurre le emissioni in forma autonoma, e quindi anche nel caso in cui il Protocollo non entri in vigore. Nonostante la suddetta direttiva preveda soltanto il regime di “emission trading“, in virtù di una proposta di direttiva modificativa della Commissione Europea – che già conta il Parere favorevole del Comitato Economico e Sociale Europeo e che è stata approvata in prima lettura con alcuni emendamenti dal Parlamento – intenzionata ad allargare il ventaglio di alternative per l’adempimento degli obbiettivi previsti dall’UNFCCC e dal Protocollo, il CDM sarà incluso nel sistema di scambio di quote all’interno della Comunità.

3. In definitiva, pur essendo un meccanismo finanziario, motivo per il quale si richiama sempre l’aspetto economico per cercare di attuare il Protocollo, il CDM è un’ottima alternativa per il raggiungimento degli obiettivi di contenimento delle emissioni di GHG. Tuttavia non dimentichiamo che questo impegno iniziale, volto a cambiare l’attuale modo di ragionare accentuatosi dalla Rivoluzione Industriale in poi, è soltanto un modesto contributo alla stabilizzazione delle emissioni inquinanti, e se non sarà rispettato porterà al naufragio del tentativo di salvare il Pianeta.

Proprio per questo, le iniziative avviate in Brasile, in primo luogo tramite la formazione del quadro normativo di recepimento dei progetti del CDM, oltre ai progetti già in corso o in fase di approvazione, principalmente tramite il gigantesco, promettente e benvenuto “programma proalcool” – che utilizza l’alcol (rinnovabile e meno inquinante) al posto della benzina per alimentare i motori – non fanno altro che dare credibilità al meccanismo e alle vere possibilità di cambiamento delle disastrose previsioni sollevate. Ognuno deve fare la sua parte e non dimentichiamo che dio mai si vendica; l’uomo, qualche volta; la natura, sempre!!!

Abstracts

Il Clean Development Mechanism è uno degli strumenti previsti dal Protocollo di Kyoto per il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra. Il presente studio mira a offrire una panoramica del meccanismo, con particolare attenzione alla sua applicabilità in Brasile.

Nel primo capitolo si fornisce un esame generale sia della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico, che del Protocollo di Kyoto, per poi affrontare anche gli sviluppi sul tema in ambito comunitario.

Nella seconda parte, ci si sofferma sull’analisi del Clean Development Mechanism, che rappresenta una potenziale forma di incontro degli interessi e delle necessità dei paesi industrializzati e di quelli non industrializzati

Nel terzo ed ultimo capitolo si studia il meccanismo dal punto di vista di un paese in via di sviluppo, il Brasile, che senza ombra di dubbio è uno dei principali destinatari di tali progetti. Il capitolo inizia con lo studio della procedura di regolamentazione del meccanismo in Brasile e il suo potenziale per l’implementazione dei progetti, e si conclude con un riassunto dei principali progetti CDM già in fase attuativa o in fase di valutazione nel paese.

The Clean Development Mechanism is one of the instruments provided by the Kyoto Protocol in order to achieve the objective of reducing greenhouse gases emissions. This article aims to offer an overview on the mechanism, focusing on its applicability in Brazil.

The first chapter provides a general outline of the United Nations Framework Convention on Climate Change, the Kyoto Protocol and the developments at European level.

The second part focuses on the analysis of the Clean Development Mechanism, which represents a possibility of meeting the interests and requirements of both industrial and non-industrial countries.

The last chapter investigates the mechanism from the point of view of a developing country, Brazil, which is certainly one of the main addressees of CDM projects. We first analyse the mechanism regulation procedure in Brazil and the potential for the projects implementation, and then conclude with a summary of the main CDM projects already under operation or evaluation in Brazil.

NOTAS

* Artigo concluído em julho de 2004.

     

  1. Altri due rapporti successivi sono stati pubblicati rispettivamente nel 1995 e nel 2001. Quest’ultimo è più preciso e dettagliato, sia nei contenuti che negli ammonimenti.
  2.  

  3. Firmato il 16 settembre 1987 e prevede la stabilizzazione e la progressiva riduzione della produzione e del consumo dei gas CFC e halons.
  4.  

  5. E’ sufficiente che abbiano firmato la Convenzione (Paesi allegato I o non allegato I).
  6.  

  7. I calcoli sono stati fatti con riferimento soltanto alle emissioni delle Parti Allegato I, per cui le quantità di emissioni dei Paesi non Allegato I sono irrilevanti per il calcolo della base di riferimento, indipendentemente dal fatto che questi ultimi abbiano ratificato o meno il Protocollo.
  8.  

  9. Fonte: kyotometer (kyoto protocol thermometer). Sito della Unfccc (
  10. http://unfccc.int/resource/kpthermo.html).

     

  11. Nespor, Stefano e De Cesaris, Ada Lucia. Le Lunghe Estati Calde: il cambiamento climatico e il protocollo di kyoto, Gedit Edizione, Milano, 2003, pag. 71.
  12.  

  13. Fonte: THE US Oak Ridge National Laboratori – ORLN, citato dal BNDS (Banca Nazionale per lo Sviluppo Economico e Sociale) e dal Ministero delle Scienze e Tecnologia (MCT), entrambi brasiliani, 1999.
  14.  

  15. Nespor, Stefano e De Cesaris, Ada Lucia., op. cit., pag. 71.
  16.  

  17. Golini, Giovanna. Il sistema comunitario di scambio per le quote di emissioni. Rivista Ambiente n. 2/2004, pag. 137.
  18.  

  19. Nespor, Stefano e De Cesaris, Ada Lucia, op. cit., pag. 128.
  20.  

  21. Documento IP/03/931 (2 luglio 2003). Sito
  22. www.europa.eu.int.

     

  23. Proposta di direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio – COM (2003) 403.
  24.  

  25. Nel 1990, l’UE (inclusi i 10 paesi entrati nel maggio 2004) era responsabile per il 30% circa delle emissioni.
  26.  

  27. Tradotto dall’autore. Testo originale: “A redução primária no país em desenvolvimento tem como efeito intermediário a redução secundária de GEE no próprio país auxiliador (país desenvolvido), e, como efeito final, a redução geral dos níveis de GEE no globo” (FRANGETTO, Flávia e GAZANI, Flávio Rufino. Witkowski. Viabilização Jurídica do Mecanismo de Desenvolvimento Limpo no Brasil, São Paulo, 2002, prima edizione, pagina 41).
  28.  

  29. Mecanismo de Desenvolvimento Limpo“. Reperibile sul sito del Conselho Empresarial Brasileiro para o Desenvolvimento Sustentavel (www.cebds.com.br).
  30.  

  31. Nespor, Stefano e De Cesaris, Ada Lucia, op. cit., pag. 82.
  32.  

  33. Conversione in foresta, per azione antropica, di un’area che non sia stata foresta per almeno 50 anni; l’afforestazione può essere realizzata per mezzo di piantagione, semina e/o un intervento antropico di sostegno all’affermazione delle modalità naturali di propagazione.
  34.  

  35. Conversione, per azione antropica, in foresta di un terreno già in precedenza forestale, ma che nel passato è stato convertito ad altri usi, realizzata per mezzo di piantagione, semina e/o azione antropica di sostegno all’affermazione di modalità naturali di propagazione.
  36.  

  37. Conversione per azione antropica di un’area forestale in non forestale.
  38.  

  39. Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i Servizi Tecnici. Assorbimento e Fissazione di Carbonio nelle Foreste e nei Prodotti Legnosi in Italia, pag. 18. Reperibile sul sito
  40. http://www.apat.it/site/_contentfiles/00023400/23465_Rapporti_02_21.pdf.

     

  41. Nespor, Stefano e De Cesaris, Ada Lucia, op. cit., pag. 90.
  42.  

  43. Agenti esecutori che valutano i progetti di CDM conformemente a quanto stabilito dalla COP.
  44.  

  45. Tradotto dall’autore. Testo originale: “Do contrário, o projeto não será um verdadeiro Progeto de MDL e não terá, consequentemente, a capacidade de gerar aqueles desejados efeitos jurídicos advindos de CER – direitos de emissão, posse, transferência e aquisição” (FRANGETTO, Flávia e GAZANI, Flávio Rufino. Witkowski, op. citata, pag. 60).
  46.  

  47. Quotidiano La Repubblica, edizione del 23 febbraio 2004, pag. 1 e 13.
  48.  

  49. Dopo l’elaborazione di un trattato internazionale, esso, per essere introdotto nell’ambito giuridico internazionale, deve prima essere recepito dall’ordinamento giuridico nazionale. Ogni paese, mediante un proprio meccanismo, regola l’introduzione del trattato nel suo ordinamento. In pratica, il recepimento è successivo all’elaborazione del trattato e anteriore alla sua entrata in vigore nell’ordinamento giuridico internazionale. Anche se ci sono alcune differenze rispetto al sistema di governo italiano (Sistema Parlamentare), il sistema brasiliano (Presidenziale) di recepimento dei trattati internazionale è molto simile, poichè si basa sull’integrazione dei Poteri (Legislativo, Esecutivo e, in caso di discordanza, Giurisdizionale).
  50.  

  51. Ministério de Minas e Energia ( Ministero delle Mine ed Energia), 1999.
  52.  

  53. Articolo comparso sul quotidiano “O POVO”, il 11.01.2002.
  54.  

  55. http://www.ambiente.sp.gov.br/destaque/2004/marco/24_workshop.htm – Sito della Segreteria dell’Ambiente dello Stato di Sao Paulo. Notizia del 24 marzo 2004.

     

  56. Avaliacao das emissoes de gases de efeito estufa devido às mudancas nos estoques de florestas plantadas” (Valutazione delle emissioni di gas dello effetto serra dovuti ai cambiamenti negli stoccaggi di foreste piantate). Reperibile sul sito
  57. http://www.mct.gov.br/clima/comunic _old/forest.htm

     

  58. Informazioni reperibili presso la Commissione Interministeriale di Cambiamenti Climatici, nel sito brasiliano del Ministero delle Scienze e Tecnologia (
  59. www.mct.gov.br/clima/comunic.htm), nel maggio 2004.

     

  60. Misura di equivalenza: 1 tonnellata di metano = 21 tonnellate di anidride carbonica.
  61.  

  62. Produzione di energia termica ed elettrica di forma simultanea a partire dello stesso combustibile.
  63.  

  64. www.unica.com.br
  65.  

  66. Dati dell’Associazione Nazionale dei Fabbricanti di Veicoli Automotori – ANFAVEA, reperibili anche sul sito http://www.autovil.com.br/article/articleview/135/1/14.
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